Scrittura, illuminazione di un attimo

Magris: la scrittura, illuminazione di un attimo
 


di FRANCA ELLER

   Scorriamo i titoli dei giornali: gli incomprensibili tempi della storia, i suoi rigurgiti e le sue accelerazioni, la caduta delle ideologie, la nascita dei micronazionalismi, delle piccole patrie, i massicci fenomeni migratori associati all’escalation di violenze xenofobe e di intolleranze religiose, le trappole del capitalismo selvaggio, i pericoli della globalizzazione e dell’omologazione.

   E oggi? Per dirla con Christa Wolf: «E adesso, che cosa resta»? «Forse il ruolo dell’intellettuale, il mestiere dello scrittore…», timidamente azzardiamo, ma la risposta di Claudio Magris, che abbiamo incontrato in Alto Adige, è pronta: «Credo si debba finalmente uscire dal terribile equivoco che vuole gli intellettuali, e più specificamente proprio gli scrittori, come una specie di categoria a priori di privilegiati rappresentanti dello spirito. Non si capisce per quale motivo alcune discipline che fanno sempre capo alle materie umanistiche, debbano essere considerate a priori più rilevanti di altre; perché un sociologo piuttosto di un giurista, un antropologo o uno storico piuttosto di un ingegnere o un architetto debbano essere migliori e più attenti interpreti di fenomeni sociali. Perché questo ambiguo “settarismo a priori” della capacità di intendere e di trasmettere il “che cosa è giusto” degli oscuri processi della storia»?

   Ma non si può negare che episodi come quelli della caduta del muro di Berlino, tanto per citare l’esempio più immediato, siano stati preparati dagli scrittori…

   «Questa è una cosa ben diversa. Intendo che qui, come in mille altri episodi che la storia ricorda, la scrittura è stata messa al servizio di una personale coscienza civile; la penna è stata il loro strumento. Non nego, questo è ovvio, il valore e il ruolo di una scrittura di impegno civile; e non nego che ci siano degli intellettuali cui è legittimo rivolgersi; ma vediamo di fare attenzione alla retorica di queste “categorie a priori”. Il fatto di essere scrittori non significa che si debba correttamente capire, interpretare, essere testimoni oculari di un evento storico-politico che, come ben sappiamo, raramente viene inteso nella sua giusta dimensione nel momento in cui si manifesta. La storia è piena di episodi che mostrano la cecità degli scrittori, degli intellettuali».

   A proposito dell’imprevedibilità della storia, nel suo saggio «Utopia e disincanto» lei dice che essa ci coglie sempre impreparati, noi non facciamo che seguirla, rincorrerla. E aggiunge che solo nella coesistenza di questi due termini, utopia e disincanto, è possibile l’approccio a «quella contraddittoria spirale di progresso e caduta» che ne segna il cammino.

   «E non è un approccio facile. Perché dunque dovrebbero capirlo gli scrittori? Pensiamo solo ai massimi scrittori del ’900, che nel loro complesso sono stati fascisti o nazisti o stalinisti, fiancheggiatori cioè dei regimi più iniqui, dimostrando quindi ampiamente di aver capito di politica assai meno rispetto ad altri, a molti uomini rimasti sconosciuti e che pure avevano saputo individuare il giusto e il non giusto. Pensiamo a Pirandello, che tutti noi amiamo e che dopo il delitto Matteotti manda il telegramma di solidarietà a Mussolini. Noi possiamo e dobbiamo sforzarci di capire perché lo ha fatto, continuiamo ad amarlo per le sue opere, ma certo non possiamo chiedergli un’illuminata determinazione politica. Lo stesso dicasi per Céline, innegabilmente uno dei più grandi scrittori di questo secolo. Da lui continuiamo ad imparare il senso della miseria, l’amore per gli ultimi, ma la sua aberrazione personale rimane, e non possiamo chiedergli un parere politico più illuminato di quello di chiunque altro».

   Questo significa che, se per intellettuale si intende o si dovrebbe intendere una capacità di coscienza critica, cioè di non identificarsi visceralmente con quello che si fa, ma riuscire a vederlo, a collocarlo in un contesto generale, allora certamente l’occuparsi di letteratura non garantisce a priori più di qualunque altra occupazione l’essere «illuminati».

   «Certo. Chi è tutto preso dai meccanismi di produzione e di consumo letterario, dai sistemi dei premi e delle classifiche, è anch’egli vittima di una catena di montaggio come le figure di certi film di Renè Clair. Pensare che possa rappresentare una categoria di privilegiati a priori mi sembra molto antidemocratico e pericoloso».

   Ma chi è per lei il vero intellettuale?

   «Guardi, la libertà dell’intelligenza va difesa in ogni ordine e grado di lavoro e di ambito sociale, dalla scuola, all’officina, all’università, ed è davvero intellettuale chi sa difenderla in ognuno di questi ambiti. Non sempre chi a ragione è ricordato per i suoi grandi meriti di scrittore ha saputo farlo. Pensiamo a Hamsun, che io amo molto, e che pure aderì al nazismo…».

   E si danno anche i casi di chi confonde impegno civile e scrittura e ritiene, in nome di un pur lodevole impegno, che sia scrittura ogni suo saggio, saggetto, dissertazione o narrazione a sfondo socio-politico.

   «E qui assistiamo ad autocelebrazioni, ad autoproclamazioni che francamente scivolano nel ridicolo. E quanti casi possiamo citare di “scrittori” che oggi sono rimasti senza inchiostro nelle loro penne».

  Insomma, è proprio il caso di ricordare quel caffè triestino che compare in «Microcosmi», il «Caffè» che con il suo bonario disinteresse corregge il delirio d’onnipotenza della scrittura… 

   Visto che ha citato “Microcosmi”, diciamo che non bisogna credere che tutti gli intellettuali siano come è stato Alexander Langer, capaci di conciliare lucidità della struttura con lucidità a lungimiranza politica; molti hanno preso abbagli spaventosi, hanno osannato al conformismo, alla violenza…».

   Tuttavia, questi esempi non sminuiscono certo l’importanza di una letteratura di impegno civile. Credo ci sia una scrittura che sfida la storia: la scrittura di Primo Levi o di Solzenicyn.

   «Sono d’accordo, certamente. Per loro il ruolo della scrittura è stato inteso come forma di sopravvivenza».

  Nonostante Adorno avesse detto che non avrebbe più potuto esserci letteratura dopo Auschwitz….

   «Primo Levi ha trovato questa scrittura della memoria, questo modo alto di sostare al margine della storia per raccoglierne agli esclusi, gli umili, gli sconosciuti. Ha trovato, e con lui molti altri, beninteso, il valore della testimonianza, e questa è davvero etica dello scrivere, quando la scrittura travalica la sua funzione letteraria e diventa tutt’uno con l’etica del vivere».

   C’è poi una letteratura capace non solo di capire l’immediato ma anche di anticiparne i risultati. Parlo dello Zinoviev di «Cime abissali», questa atipica figura di dissidente che nel generale plauso al nuovo corso dell’Unione Sovietica ne aveva predetto la dissoluzione e che ora nel suo nuovo romanzo «socio-futurologico» dal titolo «L’umanaio globale» denuncia le catastrofi prodotte dalla globalizzazione e la fine dell’Occidente, con moti di rimpianto per la vecchia Russia…

   «Sono contento che abbia citato Zinoviev. Questo mi permette di denunciare un fatto curioso: un tempo, a peccare di ottimismo era la sinistra, con le sue “magnifiche sorti e progressive”, mentre la destra appariva dotata di maggior acume, con la sua insistenza a ricordare i disagi della storia, più pessimista quando non addirittura catastrofica. Ma adesso abbiamo visto quanto sia ridicolo credere che la fine del comunismo abbia risolto tutti i problemi; credere che non siano rimaste inevase le brucianti domande che il comunismo aveva posto con intensità senza pari; credere che il capitalismo, sempre più cieco verso i più deboli e verso i suoi stessi malanni, sia un “apriti sesamo”, possa essere l’assetto finale del mondo. Ora i ruoli si sono invertiti. Ora la destra sembra veramente aver assunto alcuni aspetti di stolto e ingenuo ottimismo. Cosicché io posso finalmente conciliare le due cose che mi sono familiari: il progressismo della sinistra da un lato e il pessimismo connaturato in me dall’altro».

   Conciliare in sé e nella sua scrittura, che così spesso vibra di un grande respiro etico.

   «Perché per mia natura sento questo ruolo, questo impegno; lo sento in quanto uomo, e a volte si riflette nello scrivere. Ma mi sforzo anche di capire quel meccanismo perverso, ma niente affatto ignobile, che ha spinto Céline, o Hamsun, o Aragon a comportarsi in maniera diversa. E sono d’accordo con Borges sulla suggestione e sulla profondità dei racconti di Kipling, ma ciò non toglie che a volte ci siano in essi delle posizioni di inaccettabile e ottuso imperialismo. Perfino un libro come le “Considerazioni di un impolitico” di Thomas Mann ha passaggi che possiamo ben definire sciocchi, la sua davvero scarsa considerazione delle donne… Il fatto è che questo pessimismo, questa ironica distanza, questo senso dei limiti bisognerebbe rivolgerlo prima di tutto a se stessi, e poi ad un se stessi allargato, alla parte in cui uno milita, alla scrittura…».

  Dunque, che cos’è per Claudio Magris la scrittura?

  E’ proprio come la vita: un attimo di illuminazione, e un attimo dopo, rischi di non capire più nulla. E’ un continuo ricominciare, un salvarsi ogni giorno. E’ un Sisifo che spinge il suo sasso. Con la sua giusta dose di utopia e di disincanto.